Perché è tempo di chiudere la stabilizzazione degli Lsu e degli Lpu in Calabria

di Vittorio Zito

 

Mentre tutti noi eravamo impegnati a gestire i primi giorni dopo il lungo lock down, la Commissione Europea a fine maggio varava il “Dispositivo per la ripresa e la resilienza”. Leggendo la proposta di Regolamento varato dalla Commissione per disciplinare gli interventi del dispositivo ci si accorge subito di essere di fronte ad un documento che rimarrà nella Storia (come fu per il Piano Marshall) e che disegna una vera e propria rivoluzione.

Ogni tanto la storia si caratterizza per alcune parole simbolo: c’è stato il tempo delle “convergenze parallele”, quello della “sinergia”, dello “sviluppo dal basso”, dell’”implementazione”. La parola d’ordine dei prossimi anni sembra essere “resilienza”: dobbiamo tutti, come individui e come organizzazioni pubbliche e private, essere più resilienti.

La resilienza è un principio delle scienze esatte, della fisica, ed indica, semplificando, la capacità di un materiale di assorbire un colpo senza rompersi. Applicato alle scienze non esatte come la psicologia o la sociologia, resiliente è chi, individuo o organizzazione sociale, è capace di far fronte in modo positivo ad eventi traumatici che potrebbero potenzialmente produrre effetti negativi per la sua stessa sopravvivenza. L’importanza centrale della resilienza i siciliani l’avevano capita da tempo: calati juncu, ca passa la china. Le canne di giunco che si trovano sui letti delle fiumare sono la rappresentazione migliore e più immediata della resilienza: si abbassano assecondando la furia della piena, per tornare in piedi quando le acque si sono calmate.

Con il dispositivo l’Unione  mette a disposizione del nostro Paese 209 miliardi di euro (per avere un’idea della grandezza, si tratta di poco più di 6 volte il valore dell’ultima finanziaria approvata). Il dibattito su come usare queste risorse è molto acceso, ma c’è una cosa sulla quale tutti sono d’accordo: trattandosi di fondi pubblici, c’è un soggetto che recita la parte di attore principale nella gestione delle risorse e degli interventi programmati: la pubblica amministrazione. Un soggetto complesso, fatto di tante componenti, la più operativa delle quali è certamente rappresentata dai Comuni.

In questi giorni mi è capitato di leggere anche le Linee Guida per la redazione del Piano Nazionale di Resilienza e Rilancio, che è lo strumento attraverso il quale saranno individuati i progetti da realizzare per sostenere gli investimenti pubblici e i processi di riforma necessari a rendere il nostro sistema economico e sociale più resiliente e meglio preparato per il futuro. E nel leggerlo mi sono detto: ma il Comune di amministro è pronto a questa sfida, a questi compiti da esercitare?

L’Amministrazione Comunale, come ogni organizzazione che eroga servizi o produce beni, agisce come corpo unico di 3 componenti: risorse fisiche (gli strumenti: il pc dell’Ufficio Tecnico, l’auto dei Vigili, il camion per la raccolta dei rifiuti, ecc), risorse finanziarie (le tasse pagate dai cittadini, gli incassi delle multe, i trasferimenti dello Stato) e risorse umane (personale, amministratori, consulenti, ecc).  Utilizzando le risorse finanziarie straordinarie messe a disposizione della Unione Europea, come Comuni ci dobbiamo preparare al meglio ai compiti straordinari che avremo, ammodernando le nostre risorse fisiche e migliorando le competenze delle nostre risorse umane.

In questo scenario si è iniziato ad affrontare nei giorni scorsi, come avviene da 20 anni a questa parte ogni settembre, la questione relativa al futuro del ex LSU ed LPU calabresi che lavorano all’interno dei nostri comuni.

Breve riassunto del 24 anni precedenti. I Lavori Socialmente Utili (LSU) e i Lavori di Pubblica Utilità (LPU) sono nati circa venticinque anni fa, per coinvolgere soggetti disoccupati in progetti di formazione all’interno dei Comuni. Progetti al termine dei quali i beneficiari, forti della esperienza acquisita, avrebbero dovuto essere accompagnati alla ricerca di forme di impego o di promozione di attività in proprio. I progetti di formazione erano stati programmati inizialmente per un paio d’anni e i beneficiari affiancavano il personale dell’ente nelle attività svolte dal Comune per l’erogazione dei servizi a favore della cittadinanza. Poi, di anno in anno, quei progetti furono prorogati e le attività svolte dai lavoratori mutarono pelle: non più attività di formazione svolta in affiancamento ei dipendenti dell’ente, ma impegno diretto in attività che altrimenti l’ente non sarebbe più stato in grado di garantire. Ciò successe da un lato per il blocco prolungato del turn over dei dipendenti andati in quiescenza e dall’altro per l’espandersi straordinario delle competenze affidate ai Comuni a seguito dei processi di riforma dell’assetto istituzionale dello Stato. Per capirci.  Oggi l’autista dello scuolabus al quale affidiamo i nostri figli, l’addetto alla raccolta differenziata, il custode cimiteriale, l’impiegata che ci informa sulle tasse da pagare, chi riceve le nostre lettere al protocollo, chi cura il verde pubblico; ecco, tutte queste figure e molte altre impegnate nella erogazione dei servizi comunali, sono lavoratori ex LSU ed LPU.  Nel 2015, prendendo atto di questo stato delle cose, si trasformò il rapporto tra gli enti e i lavoratori in un rapporto di lavoro a tempo determinato,  dando precisi tempi per la definizione ed attuazione dei processi di stabilizzazione in rapporti di lavoro a tempo indeterminato. Tempi che, per vari motivi, non è stato mai possibile rispettare, sicchè ad ogni dicembre, si corre ai ripari prorogando di un ulteriore anno il loro contratto a tempo determinato.

Cosa succederà a dicembre 2020? Se per pura ipotesi non si dovesse risolvere la questione, si registrerebbe il crollo della capacità dei nostri enti di erogare una serie di servizi che porterebbe all’assoluta incapacità degli enti di svolgere il ruolo che la Storia chiede loro di svolgere nei prossimi anni, che saranno anni difficili che richiederanno ai Comuni impegni straordinari.

Cosa fare, dunque, prima che dicembre ci colga impreparati? Tre cose.

La prima, prendere finalmente atto una volta per tutte della realtà delle cose. E cioè che la stabilizzazione dei lavoratori non è una questione di tenuta sociale, ma di tenuta “istituzionale”. Nel senso che la stabilizzazione non ha come ragione preminente la sicurezza economica e quindi sociale, di 4.300 famiglie, ma ormai ha ragione di sussistere nel mantenimento della capacità dei comuni di adempiere ai propri compiti istituzionali in termini di servizi da rendere alla popolazione. Di conseguenza, assumere come centrale la necessità di scongiurare qualsiasi cesura nella erogazione dei servizi attualmente garantiti dal personale ex LSU ed LPU,  perché tale cesura comprometterebbe la possibilità stessa di erogare servizi essenziali e minerebbe alle fondamenta la capacità dei comuni calabresi di garantire l’adempimento dei gravosi compiti che i prossimi anni affideranno loro.

La seconda. Considerare il fatto che i processi di stabilizzazione non possono guidare il disegno dell’assetto organizzativo degli Enti costringendo a scelte obbligate da finalità sociali e non dalla necessità di garantire nel modo più efficace ed efficiente la capacità dei Comuni di erogare servizi ai cittadini e di governare lo sviluppo del territorio. I Comuni possono e devono contribuire a risolvere la questione LSU/LPU stabilizzando all’interno della propria organizzazione chi ha maturato una esperienza tale da rendere inutile la ricerca di altre professionalità all’esterno, ma sempre nei limiti di un disegno organizzativo funzionale alla erogazione ottimale dei servizi.

La terza. Tenere conto della assoluta impossibilità per le casse comunali di sostenere il costo del personale stabilizzato senza adeguati trasferimenti di risorse statali che coprano per intero il costo del personale stesso e che abbiano il canone della continuatività. Non  ha senso alcuno trasferire solo una parte delle risorse necessarie, consentendo, come si è fatto, stabilizzazioni al 50% dell’orario di lavoro, che si traducono nella produzione di disservizi e in un aggravio straordinario delle finanze familiari di soggetti che da anni vivono nella precarietà. O garantire il trasferimento per soli 4 anni.

Tutto ciò porta, credo, ad una sola strada obbligata. Definire un intervento straordinario che:

  1. stanzi in maniera continuativa le risorse necessarie a consentire la stabilizzazione dei precari LSU/LPU nelle posizioni assunte al momento della sottoscrizione del contrato a tempo determinato del 2015, facendo confluire nei relativi stanziamenti di bilancio statale le risorse messe a disposizione dalla Regione e trasferendo le risorse per la stabilizzazione direttamente ai comuni interessati;
  2. consideri, superando tutti i limiti della normativa in materia di personale degli enti locali, le relative assunzioni effettuate dai Comuni come contratti di lavoro fuori limiti assunzionali, consentendo così all’ente di programmare il proprio fabbisogno senza tener conto del costo del personale stabilizzato.

Si tratta, lo sappiamo, di un intervento che ha carattere di eccezionalità, ma che assume maggiore senso proprio in un momento eccezionale. Un intervento che supera la normativa vigente in materia di assunzioni negli enti locali e che stanzia risorse straordinarie. E’ un intervento impossibile?

Vediamo. Innanzitutto, è possibile che il governo risponda con provvedimenti eccezionali a situazioni eccezionali? Certamente si. Volendo richiamare uno degli ultimi interventi, chi si è laureato oggi in medicina può esercitare la professione senza fare l’esame di Stato. Sarebbe stato possibile a legislazione vigente prima del COVID 19? No. Sarebbe stato possibile ipotizzare una norma del genere prima? No.

Poi, è possibile stanziare risorse eccezionali per risolvere problemi eccezionali? Certamente si. Potremmo ricordare gli interventi a sostegno del sistema bancario, che sollecitano sempre il populista che è in noi. Vogliamo invece ricordare il caso delle multe delle quote latte. Ricordate gli allevatori furbetti del lombardo veneto che sforarono i limiti di produzione imposti dalla UE? Bene, costarono allo Stato 2,3 miliardi di Euro, pagati per solo 356 milioni dai produttori che avevano infranto le normative. Il resto è stato posto a carico del bilancio dello Stato. Li paghiamo cioè tutti noi. E’ utile ricordarlo perché la scelta di superare il dettato normativo che imponeva di riscuotere dagli allevatori quelle somme (e la cui riscossione avrebbe messo in ginocchio un itero comparto produttivo) è stata fatta per la eccezionalità della questione ed esercitando, appunto, il potere più forte che ha chi governa. Quello della volontà politica a prendere una decisione. L’intervento per la stabilizzazione definitiva degli LSU e degli LPU costerebbe allo Stato circa 90 milioni di Euro, parte dei quali coperti dalla Regione. Stiamo parlando dello 0,9% del costo del Reddito di Cittadinanza (che costa 10 Miliardi per anno) e del 4% delle risorse spese per le quote latte.

Il tema, quindi, non è se questo intervento si possa o non si possa fare: è piuttosto decidere se sia utile o non sia utile farlo, perché su questo e solo su questo si deve basare l’esercizio del potere di governo delle attuali classi dirigenti. Perché, come in passato, la capacità di rispondere con interventi eccezionali a situazioni eccezionali è il sale della forza di chi è chiamato a governare le sorti pubbliche.

Alla luce degli anni che ci attendono, siamo convinti che quanto proposto sia straordinariamente utile al perseguimento degli obiettivi di ripresa indicati dai documento della Commissione Europea e che per questo, oggi più che mai, sia giunto il tempo di chiudere l’annosa vicenda della stabilizzazione degli Lsu e degli Lpu in Calabria.