Negli ultimi mesi tutto è paurosamente accelerato – tragicamente accelerato con la morte della Presidente Santelli –  e oggi la Calabria si trova a vivere uno straordinario momento di crisi, una sorta di tempesta perfetta.

Alla assenza di istituzioni governative di livello regionale che possano godere della piena legittimazione che deriva dal risultato elettorale si accompagna la responsabilità della gestione della emergenza più grave che l’umanità si sia trovata a vivere negli ultimi 80 anni.

E in questo scenario irrompe per l’ennesima volta la mai risolta (anzi, direi la mai affrontata) questione morale interna alle forze politiche regionali e la novità della consapevolezza del totale fallimento della stagione dei commissariamenti, che ha fatto comprende a tutto il Paese quanto questa terra sia stata abbandonata dai governi centrali.

La Calabria è raccontata spesso con una similitudine abusata: il buco nero. Ma, come ho scritto nel primo articolo di questo blog, c’è un aspetto molto affascinante nella teoria dei buchi neri: la rivoluzione del concetto di tempo, che rende possibile una sorta di inversione temporale per la quale, dentro al buco nero, esiste ciò che deve ancora accadere. Dentro al buco nero esiste il futuro.

Ecco, quindi, che questo buco nero diventa una occasione per leggere al suo interno le tracce del nostro futuro collettivo e per orientare questo futuro al progresso e al bene comune. Ecco, quindi, che questo buco nero potrebbe essere, per la politica regionale, e per le forze progressiste in particolare, uno straordinario tempo fecondo per costruire una proposta di governo che possa finalmente risolvere alcuni dei problemi centrali per lo sviluppo della nostra regione.

Ma è necessario capire che non è sufficiente avere chiari i problemi e le soluzioni, proporre squadre di governo competenti, redigere programmi puntuali, profondi e realmente fattibili. No, ci vuole di più.

Le forze che si presenteranno all’elettorato tra qualche mese lo faranno, come è normale, con l’intenzione di conquistare la maggioranza dei voti. Da ormai più di 20 anni le strade per raggiungere questo traguardo, sia a destra che a sinistra, somigliano a scorciatoie. Si salta la fatica della discussione, il lavoro di persuasione dei cittadini calabresi, concentrandosi solo sulla formazione delle liste e accettando la presenza di portatori di pacchetti (veri o presunti) di voti che, anche se non inquinati dalla ‘ndrangheta, sono sempre malati alla loro radice, perché voti “personali” fondati non sulla condivisione di una idea comunitaria, ma sulla singola convenienza .

Ci vuole di più, dicevo, per opporsi a questo. Ci vuole il duro lavoro di persuasione dell’elettorato.

Nei giorni scorsi ho letto la recensione di un libro: “La Voce delle Sirene, I Greci e l’arte della Persuasione”. Si parlava, tra l’altro, di una figura minore della Mitologia Greca: Peithò, la Dea del mare che identificava la Persuasione, cioè la capacità di convincere gli altri delle proprie verità attraverso argomentazioni e ragionamenti.

Una virtù che le forze politiche che si presenteranno alle prossime elezioni regionali non devono rinunciare ad esercitare, che dovrebbe far parte del loro DNA. La virtù della persuasione per opporsi al vizio della demagogia, al pericolo incombente della demagogia.

Una virtù che però, quando esercitata, è male esercitata; per cui al demagogo che parla alla pancia delle persone rincorrendo le loro paure e i loro desideri (ieri Berlusconi, poi il Movimento 5 Stelle, oggi Salvini, domani in Calabria qualcun altro) si risponde parlando alla testa degli elettori.

Peithò rappresenta una virtù che possiamo certamente definire razionale, che richiama alla ragione e non alla passione. Ma nella Mitologia Greca questa Dea si accompagnava spessissimo con Afrodite, la dea della seduzione, della passione pura. Perché? Perché la persuasione per i Greci si doveva accompagnare con ciò che è passionale, irrazionale?

Perché per riuscire a persuadere i nostri interlocutori non è sufficiente usare argomenti solidi, chiari, razionali. Non basta. Sicché, se il demagogo parla alla pancia, alle passioni negative e distruttive, chi vuole conquistare la fiducia dei propri concittadini non cavalcando le loro paure e i loro desideri, non può limitarsi a parlare alla testa, ma deve riuscire a toccare le loro emozioni, a mettere in movimento sentimenti positivi: l’orgoglio di appartenere ad una comunità, la voglia di costruire un futuro per i propri figli, la difesa assoluta della propria libertà, il coraggio  di vivere i momenti che la vita ci ha dato di vivere, l’amore per la propria terra. Per dirne alcuni.

Solo la capacità di persuasione così intesa può trasmettere la voglia di raggiungere mete ideali, di mettere in discussione verità rivelate, di cercare la giustizia per vivere una vita felice. La voglia di interessarsi della propria città, la voglia di fare politica, di credere alla politica.

Anche alla prossime regionali ci saranno i demagoghi locali, sempre pronti ad assecondare necessità dei singoli. Forse saranno un po’ spaesati, perché mai come oggi la competizione è contendibile, e questo gli rende difficile individuare chi probabilmente vincerà e quindi a chi dire “eccomi, ti porto i miei 4000 voti”. Ma saranno ancora lì, perché loro ci sono sempre, ascoltano, si interessano. Dei singoli, delle loro paure, dei loro – spesso vuoti ed egoistici – desideri. Ci sono, per continuare a dividere le persone tra loro, a non farle sentire popolo, a confinarli come singoli chiusi nelle loro richieste che appuntano sulla loro agenda: lo sblocco di una pratica, un appuntamento per una sciatalgia, una buona parola per una selezione.

E come sempre ad opporsi a loro ci sarà chi spiegherà ai calabresi, con argomenti straordinariamente solidi, che è necessario cambiare tutto e tutti, che così andremo tutti a sbattere. Che quell’inseguire necessità personali e non sentirsi più popolo ucciderà il futuro di tutti, come sta forse avvenendo.

Ma ancora una volta nessuno di loro, forse, riuscirà a suscitare passione di popolo, parlando non solo alla testa, ma al cuore. Non è un problema di poteri forti, che ci sono eccome, ma di pathos debole.

Di empatia con Enzo, che abita nelle palazzine popolari e ha le perdite dal tetto che gli fanno piovere in casa. E che non ha altra arma che chiedere se si conosce qualcuno alle Case Popolari per farlo intervenire. E se qualcuno gli risolve il problema, ma che volete che gliene possa fottere del futuro della Calabria.

Però, in questo buco nero dove ci troviamo, forse si vede qualcosa di nuovo. Si vede che gli Enzo sono cambiati, che prendono finalmente coscienza del loro essere parte di una comunità e pensano: ma a me non deve piovere dentro casa. Non deve e basta. E non voglio chiedere se si conosce qualcuno che risolve il problema. Pretendo che si ripari il tetto.

Se si saprà ascoltare Enzo e parlargli con passione autentica, forse la nostra Regione potrà essere governata da chi ha coraggio, passione e visione del futuro. Da chi, come si dice abusando, pensa alla prossima generazione e non alla prossima elezione. Da chi riesce a persuadere (nel senso greco del termine) i cittadini facendogli sposare le proprie idee.

Altrimenti ci sarà un altro demagogo pronto ad ascoltare Enzo, a parlare alla sua pancia. E a portare il voto di Enzo al migliore offerente.