Padre Brown è una serie televisiva tratta dai racconti gialli dello scrittore Keith Chesterton e andata in onda in Italia nel 1970. C’è una frase detta dal parroco-investigatore nel racconto “Lo scandalo di Padre Brown” che mi è tornata in mente ieri, quando il TG regionale ha dato conto del problema della raccolta dei dati sulla epidemia in Calabria. A chi lo interrogava sul perché non si riuscisse a risolvere una questione, Padre Brown spiegava: “Non è che non riescano a vedere la soluzione. Non riescono a vedere il problema.”

Se c’è una cosa che ho capito in questi 8 mesi di discussioni in TV, è che nella gestione di una epidemia è impossibile “vedere il problema” senza dati attendibili. Dati eziologici, che servono a conoscere la malattia da un punto di vista medico, e dati epidemiologici, che servono a conoscere come la malattia si trasmette tra le persone e a preparare la risposta dei vari territori per contrastare il suo diffondersi e per gestire l’impatto della malattia.

Sono i dati eziologici che ci hanno detto che dobbiamo mettere la mascherina e lavare spesso le mani, e che dicono ai medici come curarci se ci ammaliamo. Sono i dati epidemiologici, invece, che dicono ai decisori pubblici, dal Presidente del Consiglio al Sindaco di un Comune, cosa fare per regolare la vita pubblica al fine di evitare il diffondersi dei virus e lo stress sul sistema pubblico di cura dei malati.

La raccolta, analisi e gestione dei dati eziologici interessa il mondo medico scientifico e nessun ruolo ha in questo la pubblica amministrazione, intesa come organizzazione pubblica che deve presidiare il sistema di cura dei malati di COVID 19. La raccolta, analisi e gestione dei dati epidemiologici, al contrario, deve essere garantita e presidiata dalla pubblica amministrazione, perché è su questi dati che si fondano le azioni di regolazione della vita economica e sociale che si devono mettere in campo per curare i malati e limitare la diffusione del virus.

E’ facile capire, quindi, quale sia l’importanza di un sistema di raccolta e gestione dei dati che sia il più affidabile e puntuale possibile, ed è altrettanto facile comprendere che se non si riesce a disporre di set informativi utili, ogni decisione su cosa fare sarà, nella più felice delle ipotesi, inadeguata come soluzione del problema, se non addirittura dannosa. Solo dati attendibili ci fanno vedere il problema e, come suggeriva Padre Brown, solo comprendendo il problema potremmo trovare possibili soluzioni.

Lo scorso 11 agosto (4 mesi fa) il Ministero della Salute ha approvato il documento che disegnava gli scenari attesi per l’autunno e per l’inverno e costruiva su di essi le azioni da intraprendere da parte dei decisori pubblici. E’ sulla base di quel documento e dei famosi 21 indicatori che le regioni sono classificate con i colori giallo, arancione e rosso. Da fine ottobre, poi, ogni settimana il Ministero delle Salute pubblica un Report settimanale di  Monitoraggio della Fase 2 che analizza il livello di rischio per ogni regione.

Fin dal primo report relativo alla settimana del 26 ottobre, la Calabria è sempre stata indicata nel Report come regione con un livello di rischio complessivo alto: nel primo report erano 10 le regioni con questa classificazione, nell’ultimo report relativo alla settimana dal 23 al 29 novembre sono solo 3 le regioni ad alto rischio. E già questo fa comprendere che altre regioni sono riuscite a mettere in campo una risposta alla seconda ondata che nel tempo è riuscita a ridurre il rischio.

Ci sonio due dati in quel Report che devono farci riflettere. E molto.

Il primo è che la Calabria, fin dal primo report, è considerata ad alto rischio non per i numeri della pandemia, ma perchè il livello di rischio per la nostra regione è non valutabile e perciò equiparato a rischio alto. E questo perché i dati raccolti e trasmessi sono inaffidabili.

Il secondo è che dal 26 ottobre l’indicatore che misura la capacità di monitoraggio per ogni regione è, per la Calabria, unica regione d’Italia, classificato come sotto soglia, cioè non corrispondente agli standards richiesti.

Quindi, dal 11 agosto tutte le regioni conoscevano il sistema di monitoraggio della diffusione della pandemia messo in piedi dal governo e sapevano che su quel sistema il governo avrebbe assunto le decisioni necessarie al contenimento della diffusione del virus. Ma la nostra regione, unico caso in Italia, non è stata capace in quattro mesi di mettere in piedi un sistema di raccolta dei dati in grado di soddisfare gli standards di qualità delle informazioni richieste.

Si dirà che la Calabria viene da più di 10 anni di commissariamento, che non ci sono medici, che gli ospedali territoriali sono stati chiusi, eccetera. Ma cosa centra tutto questo con l’incapacità a mettere in piedi un sistema di raccolta e monitoraggio dei dati adeguato alla situazione? Se non si risolve subito questo problema non solo saremo condannati ad un rischio alto perenne, ma chi deve prendere decisioni su cosa fare oggi e nei prossimi mesi rischia di farlo senza conoscenze certe, senza sapere dove si deve intervenire per migliorare la situazione in Calabria. Si rischia di intervenire a caso, magari sull’onda delle polemiche.

Si dirà che i dati per governare l’emergenza sono impossibili da reperire e che comunque non abbiamo le professionalità, che altre regioni hanno, in grado di raccogliere ed elaborare quei dati. Bene. ogni mese l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (ALTEMS) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore pubblica un Report che analizza i modelli organizzativi di risposta al Covid-19 nelle Regioni. Alla stesura di quel report sapete chi collabora?  Il Gruppo di Organizzazione Aziendale del Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia dell’Università di Catanzaro. E’ un lavoro interessantissimo che mi ha fatto leggere per la prima volta il Prof. Rocco Reina – che ringrazio – e che credo debba essere assolutamente conosciuto da chi, a diversi livelli istituzionali, è chiamato ad assumere decisioni in merito alla gestione della emergenza nella nostra Regione. Ma che temo nessuno dei decisori interessati abbia mai preso seriamente in considerazione. Ed è solo un esempio, perché il sistema universitario calabrese è capace di mettere a disposizione dei decisori pubblici informatici, statistici, epidemiologi, fisici di primissimo piano che potrebbero certamente aiutarci a comprendere meglio cosa fare.

Già dal 11 agosto si sapeva che ci sarebbe stata una seconda ondata della epidemia in autunno, e si sapeva cosa fare per monitorarne gli effetti. E si sono messe in campo risorse finanziarie straordinarie per rafforzare il sistema sanitario delle singole regioni. Se in Italia, secondo alcuni, si è fatto meno del necessario, in Calabria, secondo tutti, non si fatto nulla per prepararsi a questa seconda ondata.

E lo scorso 7 novembre, dopo il caso Cotticelli, forse per la prima volta nella storia della nostra Regione, era parso chiaro di chi era la responsabilità di questo scempio, chi avrebbe dovuto fare e non ha fatto. Per la prima volta era chiaro che il popolo calabrese questa volta non era, come nel racconto consolidato che si fa della Calabria, carnefice di se stesso, ma vittima. Vittima della sciatteria, della insipienza e della incompetenza del Commissario per la Sanità. E per qualche settimana questo era stato chiaro a tutto il Paese. Ma questo non poteva essere, bisognava urgentemente ristabilire i canoni della normalità.

C’è voluto un po’ di più del tempo che di solito serve, un po’ di impegno in più. Bruciare 3 o 4 candidati tecnici al ruolo di Commissario per arrivare a chiedere un impegno ad un Prefetto che si è dimostrato seriamente essere uomo delle Istituzioni, assumendo l’incarico. Uomo di Istituzioni che devono però dimostrare ora di meritare il suo impegno.

C’è voluto un fuoco di fila incrociato del meglio del giornalismo TV. Un Fazio che chiede a Gino Strada come si sente ad andare in Calabria “terra di ‘ndrangheta”, una Lilli Gruber che chiede al nuovo Commissario “chi gliel’ha fatta fare ad andare in Calabria” e “quali sono i suoi nemici”, persino Augias che scivola su analisi sociologiche approssimative. E Giletti che per due puntate cerca di dimostrare che sotto sotto c’è altro e che forse Cotticelli è vittima della massomafia (ma per fortuna Cotticelli è stato troppo anche per lui). E ancora Morra che, da rappresentante delle Istituzioni, afferma che molti dei Sindaci che protestavano a Palazzo Chigi sarebbero stati arrestati nei prossimi anni.

Non è bastato un onestissimo Saviano ospite di Titolo V, che spiegava che è il malgoverno della sanità a creare terreno fertile per ‘ndrangheta, e che la presenza della ‘ndrangheta nella sanità non è causa, ma effetto del malgoverno.

C’è voluto un po’ ma finalmente tutto è rientrato nei canoni. Non esiste sciatteria, non esiste approssimazione, non esiste colpa del Governo per la quale chiedere conto. La sanità in Calabria è solo questione criminale e come questione criminale va trattata. Non esistono colpe se non quelle dei calabresi.

Sempre il TG3 Calabria, in una delle scorse edizioni, dava notizia di una dichiarazione del Prefetto Longo che informava di aver già redatto il Piano Anticovid. Ma la cosa più urgente da fare, oggi e senza indugiare una altro minuto, è disegnare una governance efficiente della emergenza, che abbia le caratteristiche richieste da questo gravosissimo compito. Che sia autorevole, ma non nel senso che abbia al suo interno nomi altisonanti che però non presidiano nulla, ma che possa contare su responsabili di funzioni competenti e disposti a lavorare 18 ore al giorno. Che abbia gli strumenti per poter funzionare: strumenti informatici, attrezzature di logistica, sedi, ecc. E, infine ma non meno importante, che sia trasparente nella sua azione, nel senso di comunicare ai cittadini, impauriti dagli oltre 300 morti che abbiamo fin qui registrato, le cose che intende fare e le cose che man mano farà.

Per due ragioni. La prima è che dopo tanto abbandono abbiamo pieno diritto a conoscere cosa farà il nuovo Commissario consultando direttamente le fonti. Poi perché solo comunicando si ottiene la condivisione sulle azioni da intraprendere.

E senza condivisione non sarà possibile nessun passo avanti nella gestione di questa epocale emergenza.